Payback dispositivi medici: tra Stato e imprese il conto lo paga il paziente.
Il payback sui dispositivi medici torna in cronaca: Stato e imprese si contendono miliardi, ma il conto arriva ai pazienti.

di Pier Raffaele Spena, presidente FAIS odv
Il proverbio dice che tra i due litiganti il terzo gode. Nella vicenda del payback sui dispositivi medici il proverbio si rovescia: tra lo Stato e le imprese, il terzo paga. E il terzo sono i pazienti.
In pochi giorni il tema è tornato in prima pagina. Il 3 novembre il Consiglio di Stato ha sospeso in via cautelare le richieste di ripiano per il quadriennio 2015-2018. Nelle stesse ore la Legge di Bilancio 2027 approdava alla Camera lasciando intatto il meccanismo, e il comparto medtech presentava un conto stimato in 12,5 miliardi di euro da qui al 2029.Come FAIS seguiamo questa vicenda da anni, e da anni ripetiamo la stessa cosa: non siamo parte della contesa economica tra imprese e istituzioni, ma ne subiamo le conseguenze. Per questo, oggi che il payback torna in cronaca, sentiamo il dovere di riportare al centro chi in questo dibattito non viene mai nominato: le persone con incontinenza e stomia che ogni giorno dipendono da un dispositivo per vivere, lavorare, uscire di casa. Il payback nasce con un'idea semplice: fissare un tetto alla spesa pubblica per i dispositivi medici e, quando le Regioni lo superano, chiedere alle aziende fornitrici di ripianarne una parte. Sulla carta è uno strumento di governo della spesa. Nei fatti è diventato altro.
I dati diffusi da Confindustria Dispositivi Medici all'assemblea del 3 novembre dicono che tra il 2019 e il 2025 nessuna Regione ha rispettato il tetto, e che nel solo 2025 quattordici Regioni lo hanno superato di oltre il 50%. Un limite che tutti superano sempre non è un limite: è una cifra scritta male. Il tetto sale dal 4,6% al 4,7% dal 2027, un decimo di punto che non cambia la sostanza.
La manovra stanzia 1,4 miliardi per il ripiano 2019-2023, ma secondo le imprese quella somma va a sistemare i conti regionali e non riduce il loro onere. Intanto il contenzioso prosegue: la sospensione decisa dal Consiglio di Stato, con l'ordinanza n. 4658/2026, è cautelare e non chiude la vertenza. Il risultato è un sistema in cui nessuno sa davvero quanto spenderà, quanto dovrà restituire e quando. L'incertezza non resta nei bilanci. Scende lungo la filiera e arriva, puntuale, a chi il dispositivo lo usa. Lo vediamo ogni giorno nelle segnalazioni che riceviamo da persone con incontinenza e stomia.
Un'impresa che non sa quanto dovrà restituire tra cinque anni ha poche strade: alza i prezzi in gara per coprirsi dal rischio, riduce l'assortimento, rinuncia ai lotti meno remunerativi, rinvia l'innovazione. Le stesse imprese parlano apertamente di rischi per la continuità delle forniture. Una Regione che sfora sistematicamente il tetto, a sua volta, cerca risparmi dove è più facile trovarli: gare al ribasso, lotti accorpati, prodotti considerati intercambiabili. Per chi convive con una stomia o con l'incontinenza, questo si traduce in esperienze molto concrete. Il presidio prescritto nel piano terapeutico che non arriva perché "il budget è esaurito". La sostituzione d'ufficio con un prodotto "equivalente" che equivalente non è, con conseguenze sulla cute peristomale, sulle perdite, sulla vita sociale. La riduzione delle quantità. La rinuncia a soluzioni più adatte perché fuori gara. Una sacca, un catetere, un ausilio assorbente non sono beni indistinti. Per molte persone sono la condizione per vivere in autonomia. Quando il sistema li tratta come merce da comprimere, perde dignità il presidio e, con lui, la persona che lo porta.
Vogliamo essere chiari, perché su questo tema le parole vengono facilmente arruolate. FAIS non fa sue le rivendicazioni delle imprese e non difende le scelte di finanza pubblica di Stato e Regioni. Non spetta a noi stabilire chi debba restituire cosa, né se una norma sia legittima: per questo ci sono i giudici e il Parlamento.
Spetta a noi, invece, ricordare che in questa contesa c'è una terza parte che non siede a nessun tavolo. All'assemblea del comparto del 3 novembre erano presenti Governo, Parlamento, Regioni e istituzioni europee. Le persone che quei dispositivi li usano ogni giorno, e le associazioni che le rappresentano, non erano tra gli interlocutori.
La nostra autonomia non è equidistanza di comodo. È la condizione per dire a entrambe le parti ciò che non vogliono sentire. Alle istituzioni: un tetto che nessuno rispetta da anni non è programmazione, è sottofinanziamento dichiarato. Alle imprese: la difesa del settore non può passare per tagli all'assortimento o per l'abbandono dei lotti meno redditizi, che ricadono sempre sulle persone più fragili. La normativa vigente prevede già entro il 31 dicembre 2026 nuove regole per la governance della spesa sui dispositivi medici, ed è l'occasione per correggere la rotta. Chiediamo anzitutto che la continuità delle cure diventi un vincolo e non un effetto collaterale: qualunque esito abbiano il contenzioso e la manovra, non devono esserci interruzioni di fornitura, tagli alle quantità o sostituzioni d'ufficio dei presidi prescritti per incontinenza e stomia.Chiediamo poi che tetti e budget nascano dai bisogni reali e da dati affidabili, quelli che FAIS sta costruendo con l'Osservatorio ONIS, e non da percentuali storiche che tutti sforano. Che le associazioni siano ascoltate prima delle gare e dentro i tavoli di riforma, perché gli esiti che contano per chi porta un presidio entrino davvero nella valutazione. E che le risorse recuperate o stanziate restino vincolate alla sanità, invece di servire a far quadrare i conti. Noi continueremo a fare la nostra parte: raccogliere le segnalazioni, documentarle, portarle nelle sedi istituzionali. Chiediamo a Governo, Parlamento, Regioni e imprese di fare la loro, ricordando che dietro ogni cifra di questa contesa c'è una persona che aspetta il suo presidio. Tra i due litiganti, quella persona non può continuare a essere il terzo che paga.
