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Il costo nascosto dell'incontinenza: quello che nessun bilancio conta.

 

Uno studio presentato al congresso mondiale della International Continence Society lo ha misurato. 

di Pier Raffaele Spena, presidente FAIS odv

Quando si parla di incontinenza si pensa ai sintomi, alle cure, all'imbarazzo. Raramente si pensa al portafoglio. Eppure c'è un costo che accompagna milioni di persone ogni settimana, in silenzio, e che quasi nessuno misura. A ottobre, al congresso mondiale della International Continence Society, un gruppo di ricercatori dell'Università della Pennsylvania ha presentato uno studio su circa 300 donne over 70 che convivono con l'incontinenza urinaria. L'obiettivo era semplice: capire quanto spendono, e per cosa.

Quasi tutte usavano ausili. E più di otto parti su dieci della loro spesa settimanale se ne andavano in assorbenti, mutandine monouso, pannoloni e lavatrici in più. Chi aveva sintomi più gravi spendeva circa una volta e mezza di più rispetto a chi li aveva moderati, e faceva il bucato molto più spesso. È un dettaglio che colpisce, perché racconta la vita reale meglio di qualsiasi statistica. L'incontinenza non costa solo in prodotti: costa in acqua, energia, detersivo, tempo. Voci che non compaiono in nessun capitolato di gara e in nessun bilancio sanitario, ma che le famiglie conoscono bene. Negli Stati Uniti, sottolineano gli autori, questi costi ricadono in gran parte direttamente sulle persone, perché molti ausili non sono coperti dalle assicurazioni.

Anche in Europa i numeri sono importanti. Secondo un'analisi promossa dalla European Association of Urology e pubblicata su European Urology, tra i 55 e i 60 milioni di europei hanno problemi di continenza. Nel 2023 l'incontinenza urinaria è costata all'Unione Europea circa 69 miliardi di euro, e senza interventi di prevenzione la cifra potrebbe crescere del 25% entro il 2030, arrivando a quasi 87 miliardi. Tra i costi diretti, la voce principale sono proprio gli ausili assorbenti, insieme a farmaci e fisioterapia. E se si aggiunge il lavoro dei familiari che assistono, il conto sale ancora. C'è poi l'impatto ambientale: lo stesso studio stima che riciclare tutti i rifiuti da ausili assorbenti permetterebbe di ridurre di quasi 118 milioni di chili le emissioni di CO2 legate alla continenza in Europa in un solo anno. Sono cifre che dicono una cosa precisa: l'incontinenza non è un fastidio privato, ma una questione di salute pubblica, di sostenibilità e di equità.

Da noi la situazione è diversa sulla carta, ma non sempre nei fatti. I Livelli Essenziali di Assistenza garantiscono gli ausili per l'incontinenza e per la stomia a chi ne ha diritto. È una conquista importante, che va difesa. Però quantità e qualità dei prodotti sono spesso decise dalle gare, più che dai bisogni della persona. E i numeri lo confermano. Secondo l'ultima stima disponibile, una ricerca del CERGAS Bocconi, il Servizio Sanitario copre circa il 56% della spesa per ausili assorbenti, pari a 355 milioni di euro l'anno. Il restante 44%, oltre 280 milioni, lo pagano direttamente le famiglie: circa un ausilio su tre viene comprato di tasca propria. E non per scelta. Più della metà delle persone intervistate lo fa perché i pezzi forniti non bastano, e oltre quattro su dieci perché la qualità non è adeguata.

C'è un dettaglio che dice molto: quei numeri si basano su dati di dieci anni fa. Da allora nessuna istituzione ha più misurato quanto spendono le famiglie italiane per gli ausili per incontinenza e stomia, mentre la popolazione invecchia e il bisogno cresce. È un vuoto che come FAIS vogliamo contribuire a colmare con ONIS, il nostro Osservatorio Nazionale su Incontinenza e Stomia, perché senza dati aggiornati è difficile chiedere politiche adeguate.

A questo si aggiungono le persone con sintomi lievi o moderati, che non rientrano nei criteri di accesso e comprano gli ausili quasi sempre da sole, e le voci che nessuno rimborsa: lavatrici, prodotti per la pelle, tempo. La stessa logica vale per chi vive con una stomia. Quando il dispositivo non è quello giusto, le perdite aumentano, la pelle si irrita, i cambi si moltiplicano. E ogni cambio in più è un costo: per la persona, per la famiglia e, alla fine, anche per il Servizio Sanitario.

Gli autori dello studio americano indicano due strade, e valgono anche per noi. La prima è garantire l'accesso agli ausili giusti. Un prodotto adeguato alla persona non è uno spreco: riduce i cambi, le complicanze e le spese nascoste. La seconda è investire in prevenzione e riabilitazione, a partire dal pavimento pelvico, perché ridurre la gravità dei sintomi significa ridurre anche i costi. A questo aggiungerei una terza cosa: cominciare a misurare quello che oggi nessuno misura. Finché il costo dell'incontinenza e della stomia verrà calcolato solo sul prezzo di gara, una parte del conto resterà invisibile e continuerà a pesare sulle famiglie. Come FAIS ci battiamo perché incontinenza e stomia siano trattate per quello che sono: condizioni che riguardano milioni di persone, con un impatto sulla salute, sul lavoro, sulla vita sociale e sul bilancio familiare. Ausili adeguati non sono un costo da comprimere, ma un investimento in autonomia e dignità.