5×1000, la "firma senza nome": come 21 milioni sono finiti a chi era già primo.
Il meccanismo poco noto che ogni anno redistribuisce decine di milioni senza che il contribuente lo sappia. Il paradosso del fare fundraising.

di Pier Raffaele Spena, presidente FAIS odv
Per la serie letture sotto l'ombrellone, ho dato uno sguardo agli ultimi dati disponibili sul 5x1000 e ho fatto alcune considerazioni che condivido qui. Allora partiamo: c'è una regola del 5×1000 che quasi nessuno conosce, che non compare nelle campagne di primavera e che decide, ogni anno, la destinazione di decine di milioni di euro. Non riguarda quanto donano gli italiani. Riguarda che cosa succede quando donano senza dire a chi.
Prima di entrare nel merito, una premessa che metto subito e non riprendo più: questo non è un articolo contro chi riceve molto. La ricerca oncologica salva vite e merita ogni euro che le arriva. È un articolo su una formula di calcolo. Ed è un articolo aperto: quelle che seguono sono considerazioni offerte alla discussione, non conclusioni.
Ma entriamo nel merito. Quando compili la dichiarazione dei redditi e vuoi destinare il tuo 5×1000, i gesti richiesti sono due: firmare nel riquadro della finalità che hai scelto Terzo settore, ricerca scientifica, ricerca sanitaria, associazioni sportive dilettantistiche, beni culturali, aree protette, attività sociali del Comune; scrivere il codice fiscale dell'ente specifico che vuoi sostenere. Il primo gesto è obbligatorio. Il secondo no. E moltissimi contribuenti si fermano al primo: firmano, ma lasciano vuoto lo spazio del codice fiscale.
Quel denaro non torna allo Stato e non va perduto: viene redistribuito fra gli enti della stessa finalità, in proporzione alle preferenze che gli altri contribuenti hanno espresso. E conviene dirlo subito, perché tornerà utile fra poco: il pozzo comune non è uno solo. Ce n'è uno per ciascuna finalità, e ognuno si riempie e si svuota per conto proprio. In ciascuno confluiscono, oltre alle firme prive di codice fiscale, che ne sono di gran lunga la voce principale, gli importi degli enti rimasti sotto la soglia dei 100 euro, che non vengono corrisposti, e, con ogni probabilità, le somme destinate a enti poi risultati esclusi dal beneficio: nel 5 per mille 2025 queste ultime valgono, su scala nazionale, oltre 7,5 milioni di euro, l'1,25% del distribuito. Fin qui la regola, scritta e pubblica. Il punto è come si traduce in aritmetica.
La quota delle firme senza nome non viene ripartita in proporzione agli euro raccolti da ciascun ente, ma in proporzione al numero di preferenze. Ne discende che dentro ogni finalità esiste un solo tasso: tanti euro riconosciuti per ogni firma ricevuta. Lo si vede a occhio nudo. Basta prendere i primi venti beneficiari della Tav. 1 dell'Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, calcolare la differenza fra importo erogato e importo delle scelte espresse, e dividerla per il numero di firme.
Sette enti con lo stesso identico valore alla quarta cifra decimale. Poi quattro enti con un altro valore, anch'esso identico alla quarta decimale. Non è una coincidenza: è la formula. Nel Terzo settore la firma senza nome vale 1,6023 euro. Nella ricerca sanitaria ne vale 19,8225. Dodici volte e mezzo tanto. C'è infine un dettaglio che ha del paradossale. La scelta con il nome è pesata sul reddito di chi firma: nella Tav. 1 il valore medio per firma oscilla fra 25 e 39 euro a seconda della platea di donatori. La redistribuzione della scelta senza nome, invece, è a testa, un tanto per firma, uguale per tutti. Il meccanismo più egualitario del 5×1000 è, per costruzione, quello che produce l'effetto più diseguale. I numeri d'insieme, sempre da fonte OCPI, riferiti all'erogazione 2025 (relativa al 5 per mille 2024):
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525 milioni di euro erogati a 71.730 enti su 90.626 eleggibili;
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18.896 enti non hanno ricevuto nulla: 17.820 senza alcuna preferenza, 1.076 sotto la soglia dei 100 euro;
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il 20% degli enti assorbe il 90% delle erogazioni;
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più della metà dei fondi va a soli 100 enti;
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quattro enti da soli valgono il 20% del totale nazionale: AIRC (13,7%), Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro (2,3%), Emergency (2,0%), Lega del Filo d'Oro (1,8%).
Un aspetto che riguarda tutti allo stesso modo, grandi e piccoli, e che nel dibattito si cita troppo poco. A differenza dell'8×1000, il 5×1000 non viene erogato per intero. Le scelte dei contribuenti sono soddisfatte entro un tetto annuale fissato dalla Legge di Bilancio. Nel 2025 il tetto era di 525 milioni; le scelte espresse valevano 604 milioni. Settantanove milioni destinati dai cittadini al Terzo Settore sono rimasti alla fiscalità generale. E il divario cresce: 4 milioni nel 2022, 28 nel 2023, 79 nel 2025. Il tetto 2026 sale a 610 milioni, buona notizia, ma resta il principio: uno strumento nato per dare voce alla scelta individuale prevede, per legge, di poterla ascoltare solo in parte.
Prima di discutere di come si divide la torta, converrebbe chiarire perché una fetta viene tolta dal tavolo. Guardando ai primi 100 beneficiari, la ripartizione per settore è: 48% ricerca oncologica, 15% welfare e inclusione, 12% sanità clinica e ospedali, 10,5% diritti umani e legalità, 9% altra ricerca medica, 4,5% territorio e cultura, 1% università. La sanità, nel complesso, assorbe il 69%. È un dato che dice qualcosa di bello sul Paese: gli italiani credono nella ricerca. Dice anche, però, che la cronicità, tutto ciò che accompagna la vita quotidiana delle persone e non solo la fase acuta della malattia, si ferma al 15% di quella fascia. Le persone con stomia o con incontinenza sono centinaia di migliaia e non fanno notizia. Non si costruisce una campagna emozionale su una sacca di raccolta o su un catetere. Non c'è un hashtag che diventa virale. C'è un lavoro quotidiano di assistenza, informazione, tutela dei diritti e interlocuzione con le Regioni, svolto con risorse incomparabilmente più modeste.
E qui arriva il punto che, se non fosse serio, sarebbe comico. Per raccogliere il 5×1000 bisogna essere visibili; per essere visibili bisogna comunicare; per comunicare servono un ufficio, una pianificazione, un budget. Cioè servono risorse. Cioè bisogna avere già raccolto il 5×1000. Per fare raccolta fondi servono fondi, come dire che per ottenere il primo lavoro serve esperienza: impeccabilmente logico e perfettamente inservibile per chi sta dalla parte sbagliata del ragionamento. Sia chiaro, non è questione di budget pubblicitari: AIRC ha speso in comunicazione 2,94 milioni nel 2024, poco più del 4% di quanto incassato dal 5×1000 l'anno prima. Una quota tutt'altro che sproporzionata. È questione di capacità strutturale, sessant'anni di presenza, un marchio che ogni italiano riconosce, volontari in ogni piazza, personale dedicato. Cose che non si comprano con una campagna: si costruiscono in decenni, avendo risorse.
Lo stesso schema si ripete sui bandi: quote di cofinanziamento inadeguate, requisiti di rendicontazione che presuppongono competenze interne che una ETS medio-piccola non ha, e la conseguenza paradossale di dover pagare un progettista esterno con risorse che non si hanno proprio perché si è esclusi dai grandi flussi. Il cane che si morde la coda.
Non ho ricette definitive e diffido di chi le ha. Ma alcune direzioni mi sembrano ragionevoli:
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Dire al contribuente che i gesti sono due. Se la scheda spiegasse in una riga che cosa accade alla firma priva di codice fiscale, molti sceglierebbero diversamente. È la misura più semplice, la più immediata e la meno costosa: costa zero.
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Ripartire equamente la quota non nominativa fra le finalità. Non esiste una ragione di principio per cui una firma senza nome debba valere 1,60 euro in una casella e 19,82 in un'altra. Un criterio che tenga conto anche della numerosità e della dimensione media degli enti di ciascuna finalità sarebbe più coerente con la ratio dello strumento.
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Superare il tetto, o vincolarlo automaticamente all'ammontare effettivo delle scelte espresse.
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Riequilibrare l'accesso ai bandi: cofinanziamento in natura con valorizzazione del lavoro volontario, quote riservate alle ETS sotto una certa soglia di bilancio, finanziamento dell'empowerment e non solo dei progetti.
Per chiudere, il tema non è quanto riceve FAIS. È se strumenti nati per dare voce a ogni singolo contribuente non finiscano, per come sono costruiti, a riprodurre le disparità che dovrebbero correggere. Ventuno milioni di euro attribuiti a un solo ente da una formula matematica sono la prova più netta che il problema non sta nelle intenzioni di nessuno. Sta nelle regole. E le regole, a differenza delle intenzioni, si possono cambiare.
Nel frattempo, una cosa possiamo dirla a chi ci legge. Quella firma, se ci scrivi accanto il codice fiscale, per l'associazione che hai in mente vale una trentina di euro. Se la lasci senza nome, si disperde su decine di milioni di preferenze e le lascia pochi centesimi. Quando firmi, scrivi anche il nome.
Fonti e nota metodologica. Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani – Università Cattolica del Sacro Cuore, A chi vanno i fondi del 5 per mille?, 20 febbraio 2026 (elaborazioni su dati Agenzia delle Entrate), Tav. 1 e Fig. 1-4. Agenzia delle Entrate, elenchi 5 per mille 2025, pubblicati il 21 maggio 2026. D.Lgs. 117/2017, artt. 72-73. Fondazione AIRC, Relazione di Missione al 31 dicembre 2024.
I valori di redistribuzione per firma sono elaborazione propria: differenza fra "importo totale erogabile" e "importo delle scelte espresse" della Tav. 1 OCPI, divisa per il numero di preferenze della stessa tabella. La quota redistribuita comprende, oltre alle scelte prive di codice fiscale, gli importi inferiori alla soglia di 100 euro e le somme destinate a enti non ammessi. L'attribuzione dei due tassi rispettivamente al Terzo settore e alla ricerca sanitaria, e la lettura dei valori intermedi come effetto dell'iscrizione a più finalità, sono interpretazioni dell'autore coerenti con il criterio di riparto per finalità descritto dalla fonte. Le medie per ente sono calcolate sui dati aggregati degli elenchi 5 per mille 2025.
